E il Papa che fa?
Ultimamente cerco di restare sul pezzo sulle situazioni geopolitiche internazionali e quella che più mi ha incuriosito è l'ultimo confronto tra casa bianca e il papa per poi finire con la “rivolta” dei cattolici, che per il papa muoverebbero crociate mentre per le guerre “semplici” preghiere.
Ma facciamo un passo indietro.
Il nodo è il contesto storico che ha il cattolicesimo negli Stati Uniti: una religione di immigrati europei e latinoamericani, questa composizione sociale ha prodotto una chiesa fortemente legata alle strutture tradizionali romane e una diffidenza verso le forme autonome di interpretazione della fede.
Nel tempo la composizione culturale è cambiata: molti dei convertiti alla fede cristiano-cattolica proviene da ambienti evangelici o protestanti che, spesso, portano una visione individualista e orientata al ruolo pubblico della fede; questo potrebbe aver cambiato la percezione che alcuni cattolici americani hanno sull’autorità ecclesiale e infine sul rapporto religione-politica, infatti, in questo momento, ogni intervento del papa viene visto come un’intrusione da chi reputa la religione un ambito subordinato agli interessi nazionali.
Tutto questo rispecchia una tensione strutturale che ultimamente sta attraversando il cattolicesimo americano contemporaneo: da un lato abbiamo la tradizione ecclesiale e dall’altro una cultura religiosa modellata secondo dinamiche di politiche nazionali.
Ora, poniamo il punto sulla mobilitazione a favore del papa, dove persino il governo italiano ha preso posizione (per una volta) contro il presidente americano.
E’ dunque una semplice questione di caccia ai voti e al favore popolare?
Un'indagine condotta dal Pew Research Center statunitense, (svolta sia tra le persone che si considerano credenti che in quelle che si considerano disinteressate alla religione) evidenzia come la religione continui a influenzare profondamente le società occidentali. L'Italia occupa una posizione intermedia nel panorama europeo è più legata alla tradizione religiosa rispetto a Francia e Svezia, ma meno "radicale" rispetto a Polonia o Grecia. In Italia la religione è percepita più come un pilastro dell'identità nazionale e culturale più che come guida morale per le scelte legislative.
Nel dettaglio:
Per il 43%degli intervistati, appartenere alla religione storica è un requisito essenziale dell'identità nazionale. In questa circostanza il 60% degli over 60 ritiene la religione un fattore chiave dell’identità nazionale, mentre tra i giovani il valore scende al 25%.
Per il 22% degli italiani ritiene fondamentale che un leader condivida le proprie convinzioni personali. Al contrario, il 70% pretende che il leader difenda attivamente le credenze religiose della popolazione. In questo caso non è questione di età ma divisione regionale.
Per Il 65% degli italiani la religione è un elemento benefico per la società (soprattutto per i valori di solidarietà), ma esiste una netta spaccatura generazionale. Solo il 48% dei giovani (under 35) giudica positivamente la religione, contro il 75% degli over 50.
Dunque lo zoccolo duro della vecchia generazione rende la religione ancora parte integrante del nostro paese e di conseguenza altera le scelte politiche e ideologiche della classe politica.
Ma allora è giusto parlare di stato laico in Italia?
In Italia le leggi ordinarie, i regolamenti e tutta l’attività della Pubblica Amministrazione devono conformarsi al principio di laicità che costituisce ed è delineato dalla Carta costituzionale, dunque dovrebbe esserci una separazione tra la sfera politica e quella religiosa e il riconoscimento del diritto alla libertà di religione e verso essa stessa. Tutto questo costituisce un principio di convivenza valido per tutti.
A mio parere la chiesa cattolica si è sempre inserita a gamba tesa nelle questioni etico/sociali/ a volte giustamente e a volte meno, ma non potrebbe essere diversamente se la politica usa come mezzo elettorale la religione.
Durante la stesura di questo pensiero non ce l’ho fatta, anche con le varie ricerche svolte, il ricordare le lezioni universitarie non riesco a capire la motivazione che abbia spinto i cattolici (e la politica) ad indignarsi così tanto verso l’offesa al papa e non verso quello che succede nel resto del mondo. La mente si affolla di sole domande:
- Difenderlo fa bella figura e non impegna?
- Difenderlo non lede nessun profitto?
- L’unico modo di avere unità nazionale politica è la religione?
Forse tutte quante hanno una risposta positiva, ma, realmente, non ne ho idea.